WeWork e il Coworking che non lo era. Riflessioni su una vicenda dove il Coworking c’entra poco.

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Non è più notizia freschissima, quindi forse è il momento adatto per una riflessione distaccata.

Del resto, la vicenda di WeWork – caso unico nel panorama mondiale – non è nulla di nuovo perché tra noi è più attento alle dinamiche del mercato, anche fuori d’Italia.

Nelle righe di questo articolo di Massimo Carraro si legge quasi più una sensibilità di tipo letterario a una storia che forse ha più a che fare con la commedia umana, che con il Coworking per come lo intendiamo noi.

Riportiamo di seguito l’ultima edizione della Newsletter “CowoMax” a cura del nostro fondatore, che pubblica su LinkedIn due volte al mese (qui l’iscrizione). Buona lettura!

“WeWork è fallito!”wework coworking massimo carraro

Big news nel nostro small world.

Ma in fondo non è una vera news, e non era un vero Coworking.

(Occorre anche dire che WeWork è stato dichiarato fallito in US e Canada e non nel resto del mondo…)

Ma veniamo a noi: perché ne parliamo?

Innanzitutto perché – anche se il titolo di questa newsletter osa dire diversamente – WeWork è stato sinonimo di Coworking per molta gente.

Ad esempio, tutta quella gente al mondo che compra la rivista “Forbes”, dato che il fondatore di questo brand ha portato il Coworking su una copertina internazionale credo per la prima volta (anche noi di Cowo®, nel nostro piccolo, possiamo vantare un primato di questo tipo, in Italia, da quando “D di Repubblica” ci mise in copertina nel 2009 – è ancora online il servizio scaricabile in pdf, qui).

WeWork su Forbes Magazine (ottobre 2017)
D di Repubblica: Coworking in copertina
Il Coworking italiano su D di Repubblica (aprile 2009)

Questo tipo di visibilità, verso un concetto che non era certo (e non è tuttora) di dominio pubblico in modo massiccio, esteso, sicuramente ha fatto gioco al Coworking: se ne è parlato, si è fatto conoscere.

Qualcuno potrebbe dire

Si è parlato di Coworking come un’azienda da 20 miliardi di $.. . ha senso?

Diciamo che intanto siamo un pochino usciti dalle nebbie; poi, per farci conoscere nel modo giusto, ognuno di noi ci avrebbe messo del suo.

E così infatti è stato, stiamo ancora facendo.

• Perché il fallimento di WeWork non è una notizia

Semplice: chiunque conoscesse le vicende di WeWork da prima che raggiungessero il punto critico del fallimento, ha sempre saputo che l’azienda, nonostante i roboanti successi finanziari, le straordinarie pubbliche relazioni e l’incredibile carisma del suo fondatore Adam Neumann, non ha mai fatto un centesimo di utile.

(Lo so, lo so, che non significa niente, che Airbnb è andato in utile dopo 15 anni, che le startup, che i business angel, che la Silicon Valley… ma mi scuserete se ho delle difficoltà a considerare un’azienda degna di questo nome un’organizzazione che non è in grado di mantenersi).

Non che questo renda la vicenda WeWork priva di interesse, o di valore: nulla di tutto questo!

Ho imparato nei miei lunghi anni di lavoro che una delle cose più importanti in assoluto sono i Maestri.

E, tra questi, un posto di rilievo lo riservo senz’altro ai cattivi maestri.

Bene: Neumann è stato un Maestro in molte cose (se buono o cattivo in fondo qui interessa fino a un certo punto).

È stato un maestro soprattutto in una cosa: raccogliere denaro.

Più di una volta, in questi anni, qualche Coworking Manager di Rete Cowo® mi ha chiamato dicendomi:

– Hai visto l’ultimo round di finanziamenti di WeWork?

dicendomi quindi tra le righe:

– Perché Cowo® non raccoglie milioni allo stesso modo?

Chissà se le cronache di queste settimane stanno dando qualche risposta a quelle domande…

In fondo, forse forse, questa incredibile cornucopia di miliardi che è riuscito a farsi mettere in mano Neumann per anni ha reso impossibile quel momento di reality-check che tutti noi mortali ci ritroviamo a fronteggiare, prima o poi (più spesso prima che poi), mentre cerchiamo di portare avanti le nostre piccole attività di impresa.

Ma Neumann non è un comune mortale.

• Una vicenda Shakespeariana

wework coworking books
341 + 446 = 787 pagine in cui succede di tutto, tranne il Coworking

Leggendo i libri pubblicati su WeWork – “The Cult of We” di Brown e Farrell e “The Billion Dollar Looser” di Wiedeman – si è rapiti da una vicenda che ricorda, nei toni epici, nella grandiosità, nella pazzesca successione di eventi incredibili, un dramma degno del famoso bardo.

E tutto a causa di questo signore, uscito da un kibbutz, partito da un ex-magazzino di Brooklyn per andare – svariati milioni di dollari dopo – all’attacco della Borsa, fronteggiando infine l’inglorioso (e peraltro comunque milionario) sfratto dalla sua stessa creatura, ad opera dei suoi manager ormai allo stremo, a capo di un’azienda in folle caduta.

Leggeteli, quesdti libri, se avete voglia di una vicenda dove Ego, celebrities (è cognato di Gwyneth Paltrow), droga, jet privati, rave party e miliardi incrociano, ehm, il Coworking.

Mi dicono che è uscita anche una serie Tv sulla storia di WeWork: questa però non l’ho vista.

• Celebrities, miliardi, Coworking: cosa non torna?

Ve lo dico io: non torna niente, e di certo non torna il Coworking.

Ma se lo dico io non serve a granché, chi invece ha fatto pesare un parere simile è stata la Borsa, quando – nel 2019 – ha detto a Neumann, che si presentava per quotare in Borsa WeWork, vantandosi di una quotazione sul mercato di 47 miliardi di dollari (sì, 47 miliardi di dollari):

Adam, ragazzo mio, il tuo brand non vale cifre di questo tipo, e se il mercato ti dice diversamente, perché crede alle tue storielle sulla condivisione, sappi che qui alla Borsa, dove siamo gente che bada al sodo, il tuo Coworking non è che una banalissima immobiliare. Ciao.

Da qui in poi (prima che arrivasse il Coronavirus, che come si vede non ha molto a che vedere con tutto questo), il crollo.

• Un’immagine che, da sola, racconta tutto

Quei libri su WeWork li ho letti ormai tempo fa, e non posso dire di ricordare nel dettaglio le tantissime vicende, riccamente sfaccettate che vengono raccontate in centinaia di pagine, anche se il senso del tutto mi è ben chiaro.

Del resto anche le cronache recenti sono servite a rinfrescare la memoria.

Ma di quelle avvincenti letture, una immagine mi è rimasta vivida in testa.

Si tratta della scena che, puntualmente, ad ogni visita di investitore, Neumann metteva in campo per dare l’impressione da lui voluta, del Coworking come un luogo in grado di ispirare.

Ogni ufficio doveva pullulare di persone.

La musica doveva essere ovunque.

L’atmosfera, fighissima, sempre.

Alcuni gruppi dovevano lavorare insieme intensamente, altri svagarsi nelle aree gioco, altri ancora, nelle zone break, festeggiare successi brindando.

Ed era tutto finto.

Tutto messo in scena ad arte.

Tutto un racconto teatrale fatto di niente, oppure – se vogliamo stare con Shakespeare – fatto della materia di cui son fatti i sogni, nella fattispecie i sogni di Adam Neumann.

Ecco perché non c’entra con il Coworking, questa storia: perché è sempre stata velleità pura, diventata vera solo grazie al potere del denaro, e da questo infine distrutta.

Il Coworking – chi lo fa lo sa – è un’altra cosa, fatta di autenticità, sostenibilità, relazione vera.

Almeno così cerchiamo di portarlo avanti, nei nostri spazi dove forse non ci sono milioni di $, ma di certo ci sono molte persone vere, che lavorano sul serio, e fanno del Coworking uno strumento strategico fondamentale del loro approccio al lavoro.

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